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Maria, la “bersagliera”, festa per i cento anni

E’ sicuramente la donna più anziana della “vecchia” Tor Lupara. Maria Trollo ha festeggiato i cento anni lo scorso IMG_0847venerdì 5 aprile. E’ arrivata a Tor Lupara prima della Guerra Mondiale e nella frazione è conosciuta anche per la perdita del marito Antonio Volpe, vittima dei soldati tedeschi che cercavano dei prigionieri inglesi. Una delle poche vittime di una guerra che in queste zone di campagna non ha visto certo episodi importanti.
Oggi sono in molti a chiedere di intitolare una strada o una piazza a questi “pionieri” che hanno fatto la storia della frazione.
Maria ha dovuto crescere da sola due figli. La sua è stata una vita di lavoro. Si è sacrificata, ma si è anche divertita perché ha sempre avuto un carattere forte, ma anche allegro e socievole. A Tor Lupara qualcuno la chiamava la “bersagliera”, proprio per la forza e la tenacia che ha sempre dimostrato.
«Il segreto per arrivare a cento anni? Ho sempre mangiato e bevuto, oltre che lavorato» spiega Maria, che è ancora lucidissima e cammina con il solo sostegno di un bastone.
Vive ancora oggi alla fine di via Primo Maggio, dove la famiglia del marito era arrivata nel 1933 comprando un pezzo di terra.
Maria Trollo è nata il 5 aprile del 1913 a Napoli. Una storia incredibile la sua. Non ha mai conosciuto i genitori e giovanissima era arrivata a Monte San Giovanni Campano, in provincia di Frosinone. La sua famiglia originale aveva dato i figli a balia. Un’usanza antica, quella di non allattare e farlo fare a qualcun altro. Maria racconta che quando aveva 12 anni questi genitori tornarono dalla nuova famiglia con tanti soldi in mano e la rivendicarono. Ma i genitori adottivi non gliela restituirono, anche perché una donna che lavorava era una risorsa per una famiglia.
Prima della Guerra Mondiale raggiunse le sorellastre a Santa Lucia, a lavorare come bracciante alla Tenuta Cesarina. Aveva una forza incredibile, usava la vanga e faceva i lavori da uomo, avendo anche la paga di un uomo. All’epoca era tutta campagna. Le famiglie erano poche e si conoscevano tutte. Conobbe Antonio Volpe, arrivato con la famiglia da Santa Lucia in Fiamignano, e come racconta ancora oggi «E’ stata una schioppettata al cuore. Ci siamo conosciuti e ci siamo sposati subito».
Un matrimonio che purtroppo è durato poco. Nel 1941 nasce il primo figlio Rolando (morto lo scorso dicembre) e quando è all’ottavo mese di Antonietta, a ottobre del 1943 accade la tragadia che tutti i vecchi torluparesi conoscono.
Dalle ricostruzioni dell’epoca a Tor Lupara in località Conca si erano nascosti alcuni soldati inglesi fuggiti da una campo di prigionia sulla Salaria. Molti cittadini di Mentana e Tor Lupara si mobilitarono per soccorrere i fuggiaschi e offrirgli un rifugio. I militari vennero nascosti nelle campagne e quel 27 ottobre 1943 i nazisti erano stati avvisati, probabilmente da qualche delatore. Così un primo drappello di soldati tedeschi catturò e uccise in località Quarto Conca quattro prigionieri di origine sudafricana dell’esercito alleato. Contemporaneamente un secondo gruppo di soldati si mise alla ricerca di chi li aveva nascosti e aiutati. Morirono 6 persone tra Mentana e Tor Lupara, tra cui appunto Antonio Volpe colpito nei pressi della Macchia Trentani da una scarica di undici mitragliate. Sul suo corpo i soldati inferirono con il calcio dei fucili fracassandogli il cranio e lasciando in terra i denti sparsi. Maria si portò a casa quel corpo martoriato e lo tenne sul letto per 5 giorni.
Da allora ha dovuto lavorare sempre di più per tirare su da sola i due figli, vivendo nella baracca alla fine di via Primo Maggio. Aveva fatto la bracciante, la lavandaia. «Stavo sempre con la vanga in mano» racconta.
«Andavo a lavorare agli orti della Bufalotta – ha raccontato nel libro “Il tesoro nascosto di Tor Lupara” – ci andavo con i veneti. Passavano e mi chiamavano. Io prendevo in mano le scarpe e scalza li raggiungevo alla Fonte di Santa Margherita. Attraversavo tutta la macchia fino a via Valle dei Corsi al buio e non dormivo mai sotto a un lenzuolo».
Quando sono cresciuti i figli, piano piano le baracche sono diventate case con la fatica collettiva e le paghe che arrivavano ogni settimana. «Una volta portavano i camion di pietre, una volta usavamo la calce di notte».
Maria ha sempre mangiato e bevuto. Formaggio, vino, ciambellette, caffè, fettuccine e gnocchi che faceva in casa. Poi beveva due litri di acqua al giorno. Non ha mai fatto una lavatrice, sgridava la figlia se non lavava le lenzuola a mano.
Maria quando poteva, specialmente in vecchiaia, si divertiva perché grazie al suo carattere allegro era una compagnona. Amava Gianni Morandi e Renato Zero. In televisione guardava sempre Walker Texas Ranger e le telenovele. Fino a pochi anni fa frequentava il centro anziani, che la sua famiglia ha contribuito a tirare su e giocava a carte. L’estate andavano a Rimini, poi era stata a Lourdes e da altre parti con don Lino e l’Unitalsi. L’estate andava in pullman da piazza Varisco a Ostia. Fino a qualche anno fa andava ancora a messa a piedi.
«Non posso dire che Tor Lupara era meglio prima, perché non c’era niente – spiega – però c’era un clima migliore. Ci aiutavamo tutti. Se a qualcuno serviva una mano gliela davamo, poi magari scannava il maiale e ci dava un pezzo per uno».

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